Introduzione

L’Italia sta entrando in una fase in cui il ricambio imprenditoriale non può più essere dato per scontato. Le nuove generazioni sono meno numerose, una parte dei giovani qualificati costruisce il proprio percorso fuori dal Paese e molte imprese sono guidate da imprenditori vicini alla successione. Il problema, quindi, non è semplicemente convincere i più giovani ad aprire un’azienda, quanto capire come riconoscere chi possiede un'attitudine imprenditoriale e creare le condizioni perché possa svilupparla prima che quel potenziale venga disperso.  

La Chiave di Lettura

Il talento imprenditoriale non coincide con il desiderio di “mettersi in proprio”. Va riconosciuto, allenato e messo alla prova. In un sistema produttivo che invecchia, la capacità di farlo diventa una questione di continuità e competitività.

Un bacino più piccolo da cui far emergere nuovi imprenditori  

La prima trasformazione è demografica. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini, mentre le nuove previsioni Istat indicano che entro il 2050 la popolazione tra 15 e 64 anni potrebbe ridursi di quasi 7 milioni di persone, passando dal 63,4% al 55,3% della popolazione complessiva. Queste sono proiezioni e, come tali, soggette a incertezza, ma indicano con chiarezza la direzione del cambiamento: le generazioni da cui dovranno arrivare lavoratori, manager e nuovi imprenditori saranno numericamente meno consistenti.  

Il fenomeno è già visibile nel tessuto produttivo. Secondo Unioncamere e InfoCamere, le imprese giovanili sono passate da quasi 640 mila nel 2014 a 486 mila alla fine del 2024, con una riduzione del 24%. Il dato comprende sia le cessazioni sia le attività che escono dalla categoria perché titolari e amministratori superano i 35 anni, ma segnala comunque un progressivo assottigliamento della componente più giovane dell’imprenditoria italiana.  

Il tema diventa ancora più rilevante se osservato dall’altra estremità della piramide. 

Istat stima che nel 2022 il 30,2% delle imprese fosse esposto a rischio di mancato ricambio generazionale. Nello stesso anno, il 30% dei dipendenti lavorava in imprese guidate da imprenditori di almeno 60 anni, mentre meno del 15% lavorava in aziende con imprenditori sotto i 45 anni.   

Il talento imprenditoriale non nasce già formato

Avere meno giovani rende ancora più importante capire che cosa si intende per talento imprenditoriale. Non coincide soltanto con la volontà di fondare una startup o ereditare l’azienda di famiglia. Significa saper riconoscere opportunità, assumersi responsabilità, valutare rischi, prendere decisioni in condizioni di incertezza e trasformare risorse e competenze in un progetto sostenibile. 

Sono capacità che possono emergere anche all’interno di un’impresa esistente, ma difficilmente si sviluppano senza formazione ed esperienza. 

Su questo fronte l’Italia presenta ancora un divario: secondo l’OECD Economic Surveys: Italy 2026, soltanto il 40% dei giovani italiani ritiene che la propria esperienza scolastica abbia contribuito a sviluppare un atteggiamento imprenditoriale, contro il 53% della media UE. L’OCSE richiama per questo la necessità di rafforzare competenze manageriali, finanziarie e digitali e indica formazione e tutoraggio tra gli strumenti utili a svilupparle.  

A rendere la questione ancora più complessa c’è la mobilità del capitale umano. 

Nel 2024, tra gli italiani laureati di 25-34 anni, gli espatri hanno superato i rimpatri di quasi 21 mila unità. L’arrivo di giovani laureati stranieri contribuisce in parte a compensare il saldo complessivo, ma resta un segnale importante: il talento qualificato si muove e può scegliere dove costruire il proprio percorso professionale e imprenditoriale.

Il ricambio si costruisce prima della successione

È qui che il tema dei giovani incontra direttamente quello della continuità d’impresa. Aspettare il momento della successione per chiedersi chi potrà guidare un’azienda significa affrontare troppo tardi una questione che richiede tempo. 

Riconoscere il talento significa invece creare occasioni per osservarlo sul campo: affidare responsabilità progressive, coinvolgere le persone in progetti reali, affiancarle nelle decisioni e consentire il confronto con chi possiede maggiore esperienza. Non si tratta di trasferire semplicemente ai giovani una “cassetta degli attrezzi”, ma di mettere in relazione competenze diverse. 

L’esperienza dell’imprenditore senior — conoscenza del mercato, capacità negoziale, lettura dei rischi — può incontrare competenze digitali, nuovi modelli di consumo e prospettive differenti sulle tecnologie. In questa logica, mentoring e scambio intergenerazionale diventano strumenti di apprendimento reciproco. 

L’OCSE sottolinea che programmi di formazione manageriale e affiancamento possono favorire l’adozione di nuove tecnologie e produrre effetti duraturi sulla produttività delle imprese.  

Conclusione

In un Paese con meno giovani e un tessuto imprenditoriale che invecchia, il talento non può essere lasciato al caso. La vera sfida non è soltanto trovare i successori delle imprese di oggi, ma creare le condizioni perché emergano gli imprenditori di domani; e quel ricambio va preparato molto prima che diventi un’urgenza.

Fonti: 

  • Istat, Indicatori demografici – Anno 2025, marzo 2026: natalità, struttura per età e andamento della popolazione.  
  • Istat, Previsioni della popolazione residente, delle famiglie e delle forze di lavoro – Base 1/1/2025, agosto 2026: evoluzione della popolazione in età lavorativa e scenario mediano al 2050.  
  • Istat, Rapporto annuale 2025, sezione dedicata al sistema economico e al ricambio generazionale: età degli imprenditori e rischio di mancato ricambio.  
  • Unioncamere–InfoCamere, dati Movimprese 2014-2024: andamento dell’imprenditoria giovanile in Italia.  
  • OECD, OECD Economic Surveys: Italy 2026: formazione imprenditoriale dei giovani, competenze manageriali, mentoring e gestione delle imprese familiari.  
  • Istat, Rapporto annuale 2026: mobilità dei giovani laureati italiani.